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Ottobre 9, 2025In Pubblicazioni e media

Questo mio articolo è stato pubblicato il giorno 08 ottobre 2025 su volerelaluna.it (https://volerelaluna.it/cultura/2025/10/08/psicologia-e-pace-riflessioni-in-tempi-di-guerra/).

Psicologia è pace. Costruire ponti non muri”: questo è il tema scelto dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) per la Giornata Nazionale della Psicologia 2025 (il convegno è a Roma l’11 ottobre). Un bel titolo, che però mi chiama a riflessioni in cui, come psicologa psicoterapeuta che ama la sua disciplina e il suo mestiere, non riesco a non gettarmi.

Nella presentazione del convegno, leggiamo il desiderio «che anche la nostra professione si interroghi, si confronti e contribuisca a costruire piccole esperienze di pace. […] La pace non può essere intesa soltanto come assenza di conflitti armati, ma come un processo che riguarda l’equilibrio degli individui, la qualità delle relazioni, la tenuta delle comunità e la coesione della società. La psicologia svolge un ruolo essenziale nella costruzione di questa prospettiva». E ancora: «la pace si alimenta nella psiche individuale e si riflette nelle relazioni quotidiane, nei legami sociali, nella possibilità di riconoscere l’altro e di costruire fiducia reciproca» (www.psy.it/giornata-nazionale-della-psicologia-2025/ ).

1. La prima delle due questioni che desidero porre in luce nasce dal confronto tra queste affermazioni e la realtà che si può osservare in quello che mi pare il più grande punto di congiunzione odierno tra la psicologia e il mondo dei profani della materia. Parlo dell’enorme massa di contenuti digitali – post, podcast, video ecc. – creati e diffusi da professionisti della salute mentale (psicologi, psicoterapeuti) e figure o enti in qualche senso affini (o che bazzicano contenuti para-psicologici): una realtà certo non rappresentativa dell’intera categoria professionale né tanto meno della psicologia/psicoterapia come disciplina o come pratica e mestiere; una realtà che, nondimeno, rispecchia una grossa fetta di quella psicologia che “entra” nella società, influenzandola, attraverso soprattutto siti web e social: oggi, ciò che della psicologia lascia le sue terre di solito corre spinto dal bisogno di autopromozione e troppo spesso arriva a destinazione col vestito del marketing.

I contenuti digitali di cui parlo sono abbondantemente centrati su temi tipici, che tornano in modo ridondante e direi quasi ossessivo: uno di essi (non l’unico) verte sulle relazioni con gli altri ed è un brulichio di “difenditi dalle persone tossiche”, “liberati dai narcisisti”, “ecco come il narcisista maligno ti succhia le energie vitali”, “stabilisci dei confini con gli altri”, “impara a dire di no”, “metti al centro i tuoi bisogni”, “tu sei la tua priorità”. Le immagini non sono da meno: donne avviluppate da serpenti, tagliole, catene. Difendersi dagli altri, liberarsi degli altri, mettere limiti agli altri e tracciare confini precisi rispetto ad essi, oltre che centrarsi e concentrarsi su se stessi, sono tra i messaggi più gettonati, ripetuti e ribaditi perentoriamente fino a farsi veri comandi sociali capaci – da quanto riesco a osservare – di penetrare profondamente nel modo comune di pensare e nella costruzione delle categorie di bene/sano e male/insano nell’ambito del comportamento e delle relazioni. Uno dei concetti di fondo è che gli altri possono farti del male e tu devi imparare a guardartene e, prima ancora, a identificare tipologie di individui. Non si contano gli elenchi di caratteristiche del “narcisista”, per esempio: non siamo lontani da una sorta di educazione alla stigmatizzazione dell’altro tramite etichetta psichiatrica. Una cosa eticamente prima che professionalmente inaccettabile, credo. L’altro è un (potenziale?) nemico, tu devi difendertene e “neutralizzarlo”, come spesso viene detto (ovviamente, armandoti delle competenze che lo psicologo del podcast che stai ascoltando può darti). Stai in guardia e difenditi. La sollecitazione allo stato d’allarme è continua: infatti, se l’algoritmo “capisce” che la cosa interessa, tenderà a proporre a profusione contenuti di questo genere e non farà fatica a trovarne, visti i like che attirano.

Psicologia è pace”, come recita il titolo del convegno dell’11 ottobre? Al di là del fatto che, prima, dovremmo chiederci se esista la psicologia come qualcosa di unitario, io credo che se sia pace o guerra dipenda dall’uso che se ne fa. Dovremmo rifuggire dalla tentazione di mitizzare la psicologia: è sempre un errore mitizzare qualcosa e rischia di non far vedere tutto ciò che lo riguarda. Prendiamo, per fare un esempio chiaro e veloce, gli studi sulla comunicazione e sull’influenza sociale: le conoscenze interessantissime acquisite in questi ambiti possono essere usate “a fin di bene” o in modo neutro, ma di certo sono utilizzate anche in ogni guerra per manipolare l’opinione pubblica. Questo significa che allora “psicologia è guerra”? Assolutamente no, ovviamente, ma mostra – come dicevo – che è l’uso che si fa delle conoscenze acquisite ciò che le rende utili al bene del mondo o prone ai più biechi intenti. Questo ci chiama a una grande responsabilità.

quella parte di certa psicologia diffusa oggi sul web, di cui ho poc’anzi fornito degli esempi, è pace? Non v’è nulla, in essa, che ci parli di collaborazione e cooperazione, di solidarietà e comunità, di legami profondi e cura dell’altro: al contrario, in qualche modo questi concetti risultano squalificati dalla valorizzazione incessante delle opposte polarità concettuali e di atteggiamento, in cui l’individuo è al centro, l’ego è un re, l’autonomia individuale un valore che fonda i modelli di comportamento approvati come sani, l’altro un mezzo funzionale alla tua “crescita personale”, altrimenti va scartato [1]. Interessante, in un mondo pieno zeppo di solitudine e individualismi, oltre che sull’orlo della catastrofe bellica. Difendersi e armarsi (di strategie comportamentali) sembrano dunque oggi nuclei simbolici molto presenti nelle comunicazioni sociali di certa psicologia. Una società che impara a vedere il mondo secondo un modello tipo “l’altro è cattivo e pericoloso e io devo difendermene” credo sia una società più vicina alla guerra, anche nel senso stretto del termine: i modelli del mondo possono generalizzarsi, spostandosi in contesti diversi da quelli di partenza.

Mi sembra, insomma, che si sia purtroppo piuttosto distanti dal tema della Giornata Nazionale della Psicologia, e credo che sarebbe bene impegnarsi in una seria riflessione, interna alla comunità professionale e non solo, circa i modi in cui la psicologia viene diffusa sul web, con tutto il carico di concetti, valori e modelli di comportamento che vengono in tal modo valorizzati o squalificati e che rischiano di influenzare modi di pensare e tendenze di comportamento (oltre a esserne influenzati).

2. Vengo alla seconda questione di cui voglio parlare qui. Essa riguarda i modi in cui la psicologia dovrebbe adempiere al suo “ruolo essenziale” nel costruire una prospettiva di pace: nella presentazione del Convegno, prima citata, si fa riferimento soprattutto alla gestione dei traumi, al sostegno a persone e comunità nei contesti di emergenza, al «mettere al centro i bambini e i giovani come custodi del domani». Il programma sembra coerente con questi punti. Non voglio assolutamente sminuirne l’importanza, ma ciò che noto è che questo rappresenta una reazione al già dato o al già accaduto, non l’assunzione di una posizione attiva di fronte a una realtà che certamente ha una tendenza di un certo tipo, ma che è comunque un divenire. In parole brute ma chiare: non siamo (ancora, tutti, esplicitamente) in guerra, forse dovremmo contribuire a costruire un humus culturale che predisponga alla pace.

Detto altrimenti, credo che la psicologia abbia smarrito (se mai l’abbia avuta) una funzione fondamentale per le discipline, in particolare per quelle che si occupano dell’essere umano: la funzione del pensare, che pare essere sostituita da quella del reagire. Pensare non significa restare fermi: al contrario, per come lo intendo qui, significa assumere su di sé, come singoli e come comunità professionale, la responsabilità di studiare quanto accade, cercare di comprenderlo, sviluppare chiavi di lettura e contribuire a costruire un mondo migliore. Non è utopia, ma qualcosa di molto concreto: occuparsi dei meccanismi della propaganda, per fare solo un esempio immediato, può far parte di un atteggiamento immerso nella realtà attuale e proattivo. Ma sento colleghi che chiedono formazioni specifiche per prepararsi a intervenire in scenari di guerra, sulla scia dell’allerta in cui sono stati messi gli ospedali di alcuni Stati europei, e altri che parlano di preparazione di tipo militare per noi “psi”. La funzione di intervento e reazione (“ti dico cosa fare per affrontare il trauma”) sembra l’unica esistente nell’ambito della psicologia e lo smarrimento della qualità del pensare (“contribuiamo a dissipare le logiche della guerra e ciò che le rende possibili”) è tragicamente evidente. Così, la riparazione a posteriori e sul già accaduto soppianta la partecipazione al cambiamento culturale-concettuale che potrebbe contribuire a evitarla, la guerra: perché la guerra è decisa dall’alto, ma è possibile anche grazie a un ambiente culturale favorevole o rassegnato o incapace di vedere alternative ad essa.

Cosa accadrebbe se i post sui narcisisti fossero soppiantati da articoli sulla cooperazione, se i podcast del tipo “devi essere la tua priorità” lasciassero il posto al parlare della bellezza del prendersi cura dell’altro, se i corsi di formazione interni alla comunità professionale si centrassero non solo sulla psicotraumatologia e la psicologia dell’emergenza (ci prepariamo a qualcosa che accadrà) ma anche su temi che vedono alternative alla guerra (dai meccanismi della propaganda al dialogo tra le culture, ovvero: facciamo in modo che non accada)? Sono domande che forse dovremmo farci, e forse vedremmo che la (una certa) psicologia sta facendo propri concetti, assunzioni, visioni del mondo dominanti, accettandoli e agendo come fossero dati di fatto immutabili, così rischiando senza accorgersene di alimentarli.


Note

[1] Di questi temi ho abbondantemente discusso nel mio libro Quando psicologia, web e marketing si intrecciano. Implicazioni per l’individuo e la società, Armando Editore, Roma, 2024.