FARE LA SCIENZA, COMUNICARE LA SCIENZA, PARLARE DI SCIENZA

(E DI PANDEMIA).

IL CAOS NEL TEMPO IN CUI OGNUNO VUOLE DIRE LA PROPRIA

 

Da quando la pandemia ha fatto ingresso nelle nostre vite, la letteratura scientifica sul tema è “esplosa”; allo stesso modo, c’è stato un boom di interventi sull’argomento su riviste non specialistiche, quotidiani, trasmissioni tv e radio, siti web, blog, social network, da parte non solo di esperti e professionisti delle varie discipline implicate nel problema (dalla virologia all’epidemiologia alla psicologia, quest’ultima però praticamente assente nei mass media tradizionali), ma anche di giornalisti, opinionisti, politici e altre figure, nonché di gente “comune”, se facciamo riferimento ai social. Non c’è spazio - ed è anche comprensibile che sia così - che non sia stato occupato dalla pandemia e dai suoi vari aspetti e implicazioni.

 

 

E’ bene procedere facendo delle distinzioni tra le diverse situazioni tratteggiate: innanzitutto, da un lato, c’è il mondo che potremmo definire di produzione della scienza, che si palesa nelle pubblicazioni scientifiche (anche se non sempre queste contengono l’esposizione di studi e ricerche); dall’altro, c’è il mondo della comunicazione della scienza, che può essere fatta direttamente dagli stessi scienziati o esperti oppure può essere mediata dai giornalisti, i quali possono essere giornalisti scientifici (competenti, quindi, in materia di metodo scientifico e di determinati settori della scienza) oppure no.

C’è poi un universo di discorsi su questioni che riguardano la pandemia e la scienza: discorsi più o meno fondati e informati, portati avanti da soggetti non competenti in materia che si collocano a diversi livelli di informazione su ciò che dicono, ma anche di notorietà, autorevolezza (almeno presso alcuni) e possibilità/capacità di raggiungere, nonché eventualmente di influenzare, un pubblico più o meno vasto. Politici, conduttori tv, giornalisti, opinionisti, ad esempio, possono arrivare, attraverso i mezzi di comunicazione classici (televisione, radio, quotidiani) e l’uso capace dei social, a grosse fette di popolazione e possono godere di una certa autorevolezza presso i loro simpatizzanti (o acquisirne, ad esempio, per il solo fatto di apparire in televisione o di essere personaggi famosi). D’altro canto, questo fenomeno non è una novità portata dalla pandemia: era presente e diffuso già prima, rispetto a qualsiasi altro tema. La pandemia l’ha semplicemente - dal mio punto di vista - messo in maggior luce, avendo portato sui nostri schermi la discussione su tematiche palesemente specialistiche operata da una quantità estremamente variegata di soggetti, non scienziati né esperti in materia, che hanno parlato (e parlano) di trasmissione del virus, di vaccini e vaccinazione, di varianti, di mascherine, di misure di contenimento, di didattica a distanza, di effetti psicologici della pandemia, e di qualsiasi altro aspetto su cui venissero interpellati o su cui ritenessero di dover esprimere un parere.

Insomma, da un lato, in questo periodo si sono potute notare l’attenzione degli esperti e dei media verso una situazione così importante come quella della pandemia e delle sue implicazioni e la loro volontà di informare i cittadini; inoltre, si è assistito all’ingresso della scienza nei luoghi del dibattito pubblico: una cosa a mio avviso molto positiva, se ben condotta, e che mi auguro diventi una prassi e venga anzi rinforzata dalla presenza di esponenti anche di altre discipline (tra cui la psicologia, ma non solo). Dall’altro lato, spesso la comunicazione è avvenuta in modo indistinto e confusionario: opinioni, previsioni, ipotesi e dati sono stati a volte messi sullo stesso piano (o, quantomeno, non se ne è esplicitata la distinzione, non sempre chiara per un pubblico di non esperti) e frequentemente abbiamo visto tutti parlare di tutto.

 

Tornando al tema dei discorsi sulla scienza e la pandemia, e dunque su questioni di pertinenza di discipline specifiche, non si può tralasciare il fatto che essi siano stati (e siano) ovviamente portati avanti anche da persone cosiddette “comuni”: se questo, fino a un po’ di tempo fa, avveniva perlopiù tra parenti, amici e conoscenti, oggi, grazie ai social network, può accadere anche tra sconosciuti, saltare le distanze fisiche e geografiche tra le persone e, talvolta, avere capacità diffusive notevoli. Il che, da una parte, può essere visto come una grande possibilità. Dall’altra, però, sappiamo quanto spesso ci si imbatta, sui social, in “laureati all’università della strada”, tuttologi di ogni sorta, complottisti e disdegnatori o veri odiatori della competenza e dei competenti, e in comunicazioni che facilmente si polarizzano e trascendono i limiti dello scambio positivo e della gentilezza, a volte connotandosi come francamente violente.

 

C’è un tema su cui vorrei soffermarmi, che tocca due ambiti molto diversi: molti professionisti nei campi implicati in qualche aspetto connesso alla pandemia hanno tanto parlato dei temi ruotanti attorno all’argomento. Non mi sto riferendo, qui, agli scienziati, esperti o ricercatori che ne hanno parlato con competenza in televisione, su giornali e riviste o, in alcuni casi, con la finalità di informare e spiegare, anche sui social, ma a due diversi gruppi: sto parlando, da una parte, dei molti che hanno pubblicato articoli su riviste specialistiche più per intervenire (ad esempio, con lettere, opinioni o commenti non supportati da dati né da analisi di particolare complessità) che per apportare un reale contributo di produzione o discussione scientifica; dall’altra, e con aspetti diversi, mi riferisco ai moltissimi che hanno affrontato le tematiche in questione, in modo più “informale”, soprattutto sul web (social network, siti internet o blog, propri o di giornali, riviste, associazioni, ecc.), ma a volte anche sui media tradizionali. I motivi di questo fatto sono molti. Uno di essi è forse da ricercarsi nel desiderio di partecipare alla discussione pubblica su un tema oggi così importante, pensando di “fare la propria parte” attraverso l’offerta di un proprio contributo. Un altro motivo credo sia legato a quello che per molti è un bisogno di partecipare. Per ragioni e in modi molto diversi, questo può accadere sia per quanto riguarda le pubblicazioni scientifiche (i ricercatori hanno bisogno di fare pubblicazioni: si pensi, ad esempio, al problema del cosiddetto “publish or perish”, su cui qui non mi soffermo), sia rispetto alla scrittura, da parte dei professionisti, su riviste non specialistiche, siti internet, blog e social vari: non so se quest’ultimo fenomeno abbia riguardato anche altre categorie, ma ha certamente riguardato psicologi e psicoterapeuti. Esso si spiega col fatto che molti professionisti - soprattutto chi lavora privatamente - hanno bisogno di essere visibili sui media e sui social, per farsi conoscere e promuoversi: scrivere su un tema su cui gli utenti fanno molte ricerche online, ovviamente, “conviene”, perché si aumenta così la probabilità di essere letti, dal momento che il proprio contributo potrebbe comparire tra i risultati dei motori di ricerca su quell’argomento. Tutto ciò è più che comprensibile, ma può portare al rischio di scrivere pur di scrivere e di affrettarsi a farlo nel momento in cui il tema è “caldo” e, quindi, molto cercato sul web: ma la fretta difficilmente porta a buoni frutti, perché non consente di documentarsi e approfondire. Ed è così che, sulle tematiche psicologiche implicate nella pandemia, si è letto di tutto, e molto di rado si è specificato che si stesse semplicemente esprimendo una personale opinione, lettura, previsione, ipotesi sull’argomento trattato. In più di un’occasione, tra l’altro, mi è capitato di leggere o ascoltare interventi che esponevano con toni certi conclusioni su aspetti anche molto specifici, per poi rendermi conto, andando a cercare le fonti e le ricerche su cui poggiavano, che si trattava semplicemente di opinioni o, peggio, che si era semplicemente copiata l’opinione espressa da altri, in altri siti.

 

Credo che il dibattito tra competenti e la riflessione comune e condivisa siano di fondamentale importanza; credo anche che, soprattutto in periodi in cui ancora mancano dati e analisi e in merito a questioni complesse e in cui entrano in gioco numerose variabili, sia normale che possano emergere posizioni differenti, anche in dipendenza dal fatto di attribuire diversa importanza ai vari elementi in gioco (si pensi al tema della didattica a distanza, di cui ho parlato qui). Ma... quando si tratta dell’inevitabile molteplicità dei punti di vista e quando di urgenza nel dire la propria (senza adeguata informazione sul tema)?