FARE LA SCIENZA, COMUNICARE LA SCIENZA, PARLARE DI SCIENZA

(E DI PANDEMIA).

IL CAOS NEL TEMPO IN CUI OGNUNO VUOLE DIRE LA PROPRIA

 

Da quando la pandemia ha fatto ingresso nelle nostre vite, la letteratura scientifica sul tema è “esplosa”; allo stesso modo, c’è stato un boom di interventi sull’argomento su riviste non specialistiche, quotidiani, trasmissioni tv e radio, siti web, blog, social network, da parte non solo di esperti e professionisti delle varie discipline implicate nel problema (dalla virologia all’epidemiologia alla psicologia, quest’ultima però praticamente assente nei mass media tradizionali), ma anche di giornalisti, opinionisti, politici e altre figure, nonché di gente “comune”, se facciamo riferimento ai social. Non c’è spazio - ed è anche comprensibile che sia così - che non sia stato occupato dalla pandemia e dai suoi vari aspetti e implicazioni.

 

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UN PUNTO DI VISTA SU PANDEMIA, LOCKDOWN,

DIDATTICA A DISTANZA E LORO IMPATTO PSICOLOGICO,

IN PARTICOLARE SU BAMBINI E RAGAZZI 

 

 

INTRODUZIONE

 

Possiamo facilmente immaginare come le pandemie siano eventi che possono avere un impatto sulla vita delle persone e delle comunità. Oltre che agli aspetti più direttamente connessi all’infezione e al rischio di contrarla, le pandemie si accompagnano a una serie di problematiche “corollarie”, che possono variare a seconda di diverse variabili, quali le caratteristiche della pandemia stessa, le misure di contenimento che vengono messe in atto e le specifiche condizioni in cui le persone si trovavano a vivere già prima dell’epidemia. Come abbiamo visto, le necessarie misure di tutela della salute e contenimento del contagio possono prevedere, ad esempio, dei periodi di lockdown, con i conseguenti cambiamenti nello stile di vita e nelle possibilità di movimento e di contatto sociale. Tutto ciò può avere risvolti come la perdita (o il rischio di perdita) del lavoro, una precarizzazione della condizione lavorativa, modificazioni nelle modalità di lavoro o, per bambini e ragazzi, di fare vita scolastica, e varie situazioni personali e/o familiari di difficile gestione, come il dover conciliare lo smart working con l’occuparsi di figli piccoli in casa. Si tratta di una gran quantità di situazioni estremamente varie, che possono combinarsi nella vita di individui e famiglie in modi altrettanto vari e che possono essere vissute da ciascuno in modi molto diversi.

 

Possiamo ancora facilmente immaginare come una pandemia possa quindi portare con sé anche un impatto sul benessere psicologico e sulla salute mentale degli individui, come hanno notato diversi Autori (1) (2) (3) (4). D’altro canto, la grande varietà delle situazioni più sopra richiamata credo renda improprio il fare delle generalizzazioni eccessive, così come credo sia non corretto l’assumere a priori che la “pandemia” sia per ciascuno e in ogni caso evento traumagenico in sé. Eventuali problematiche o disagio psicologici potrebbero infatti essere legati piuttosto ad alcune conseguenze della pandemia: le preoccupazioni economiche legate alla perdita o riduzione dell’attività lavorativa, i cambiamenti nelle abitudini di vita, il disagio legato alla lunga permanenza in casa (magari in situazioni non piacevoli o francamente disfunzionali), la presenza in casa di genitori anziani, ma anche l’aver subito lutti a causa del Coronavirus, l’essere stati ammalati gravemente, l’aver svolto una professione sanitaria a diretto contatto con le persone malate di Covid-19 (situazioni, queste ultime, che meriterebbero un discorso a parte). Tutta questa varietà non consente una generalizzazione, sia perché le diverse condizioni non sono distribuite uniformemente nella popolazione (non tutti le hanno vissute tutte), sia perché singoli e famiglie ne possono essere stati toccati in maniera diversa, anche a seconda delle loro condizioni di vita pre-pandemica.

 

Le ripercussioni sulla salute mentale delle persone e sul loro benessere psicologico è verosimile che siano mediate dagli effetti della pandemia su vari fattori di rischio, come le disuguaglianze socioeconomiche, la povertà, la disoccupazione, l’inattività fisica, l’isolamento sociale (4) (5).

Si dovrebbe inoltre considerare che la variabilità riscontrabile nell’impatto, anche psicologico, che la situazione attuale può avere su individui e famiglie è accresciuta, oltre che dalla presenza di fattori di rischio, anche dall’esistenza di “fattori protettivi” (ad esempio, l’essere in buona salute fisica) e dalla possibilità di mettere in atto le cosiddette “strategie di coping”, cioè comportamenti utili a far fronte allo stress legato a una situazione come quella che stiamo vivendo: tra di esse, mantenere la cura del proprio corpo, fare esercizio fisico, mangiare e dormire in modo regolare e corretto, mantenere i contatti con le persone care (nei modi possibili, ad esempio tramite le tecnologie) (4) (6).

 

Detto questo, voglio fare una premessa: quello che leggerete in questo articolo non vuole suggerire che la pandemia con le sue implicazioni, come la Didattica A Distanza (DAD) o la riduzione dei contatti sociali, non possano essere state accompagnate da una serie di problematiche e difficoltà per le persone in generale e per bambini e adolescenti in particolare (al riguardo, si possono leggere interessanti contributi, a carattere specialistico o anche più divulgativo, come ad esempio: (1), (7), (8) (9)). Ma non vuole neppure dare per scontato il contrario.

 

 

LA NECESSITA’ DI RESTITUIRE COMPLESSITA’ AL DISCORSO

 

Questo articolo vuole provare a sollevare argomenti e ragionamenti, con il fine di superare la tendenza a dividersi in “fazioni” sostenitrici di certezze opposte (del tipo “pro-DAD”/“no-DAD”). Vuole anche tentare di “complessificare” un po’ un discorso molto vasto, che spesso mi sembra venga trattato in modo semplificato e indistinto, probabilmente anche a causa della brevità richiesta di solito da articoli, post, interviste o altri tipi di interventi mediati dai mass media e dai social. Ma la brevità è spesso cattiva compagna dell’analisi di fenomeni complessi.

 

Quando parlo di “complessificare” il discorso mi riferisco a diverse cose. Tra esse, la necessità di superare ragionamenti deterministici e del tipo “tutto-o-nulla”: per esempio, se in generale sono aumentate, in questo periodo, sensazioni di tristezza o disagio o stress, questo non dovrebbe portare a parlare automaticamente di problemi psichici o disturbi mentali. Tristezza, frustrazione, rabbia e percezione di stress possono essere una normale reazione a un evento che ha, in modi diversi, sconvolto le nostre vite. Considerare - come spesso ho visto fare - la pandemia come un evento necessariamente traumatico che certamente porta o porterà a effetti psicopatologici credo sia un errore (cosa diversa - e con la quale concordo - è sollevare l’attenzione pubblica e politica verso il tema della salute mentale, spesso poco considerato se non addirittura ignorato, anche evidenziando le criticità e urgenze che questa situazione ha messo in evidenza).

In questo periodo ci sono stati dei tentativi di studiare l’impatto psicologico della pandemia, ma bisogna considerare che è molto difficile condurre degli studi scientifici (scientificamente validi e attendibili) su un fenomeno complesso come quello che stiamo vivendo e in cui le variabili in gioco, come visto, sono numerosissime (per approfondire, vedere qui). E allora “complessificare” il discorso per me significa anche avere a mente la necessità di contestualizzare e relativizzare certi risultati e conclusioni delle ricerche così come le osservazioni fatte da singoli professionisti o servizi di salute mentale a partire dalla loro esperienza clinica, la cui rilevanza come spunto per avanzare ipotesi e discussioni è secondo me molto grande, ma che non può essere trattata come dato sufficiente da cui trarre conclusioni generali (leggere qui). Significa accettare quella quota di incertezza e indefinitezza che è insita nel fenomeno in questione, tanto più se consideriamo che in esso siamo ancora immersi e che l’osservatore è parte del fenomeno osservato. Significa considerare l’influenza che sistemi di convinzioni, credenze e valori possono aver avuto sulla costruzione dell’opinione che ciascuno (anche gli specialisti o i clinici) si è fatto della pandemia e delle sue implicazioni. Significa anche reinserire l’analisi di un fenomeno più specifico (come l’impatto della DAD) entro il suo più complesso e ampio contesto.

 

“Complessificare” per me significa anche operare delle distinzioni necessarie nei nostri ragionamenti sul tema: stiamo parlando dell’impatto psicologico della pandemia in sé, intesa come evento collettivo traumatico e allarmante? Stiamo parlando degli effetti delle conseguenze (misure di contenimento) della pandemia su come funzionano le famiglie e anche, più in generale, la società? Stiamo parlando degli effetti del lockdown e dell’isolamento sociale? In questo caso, possiamo sostenere con certezza che ciò che eventualmente osserviamo in termini di disagio o problematiche psicologiche sia legato all’isolamento sociale, o potrebbe essere invece connesso con la più estesa ed esclusiva permanenza nell’ambiente familiare o con altri fattori ancora? Stiamo parlando delle conseguenze della pandemia sulla scuola (DAD) e di come il nuovo modo di fare scuola e vita scolastica abbia potuto impattare su bambini e ragazzi? E in quest’ultimo caso, parliamo degli effetti potenziali sull’apprendimento o sul benessere psicologico? Mettere tutto nello stesso calderone non è una buona strategia per capire qualcosa della situazione e dalla confusione non viene generalmente nulla di buono.

 

 

RIFLESSIONI SU DIDATTICA A DISTANZA E NARRAZIONE DELLA DIDATTICA A DISTANZA

 

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NAVIGARE SUL WEB IN UN MARE DI PSICOLOGIA:

QUALCHE SUGGERIMENTO DI BASE PER ORIENTARSI

 

Al giorno d’oggi, tutti abbiamo esperienza del fatto che si ricorre sempre più al Web per cercare informazioni di qualunque tipo. Ciò vale anche per argomenti che riguardano la scienza, la medicina, la psicologia. Se da una parte questo può rispecchiare il desiderio di capire qualcosa di più di noi stessi o del mondo che ci circonda, dall’altra può portare con sé il rischio di commettere alcuni errori, soprattutto quando manchino quelle conoscenze utili a orientarsi nella giungla di informazioni che popolano Internet, a valutare l’attendibilità di quanto si legge e a “inquadrarlo” e interpretarlo nel giusto modo.

 

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